Dire&Fare
La Pubblica Amministrazione che funziona
Il dibattito sul paesaggio alla Biennale toscana
Che cosa è il paesaggio?
La domanda non è semplice e la risposta non può essere scontata. In questi anni, dopo essere stato a lungo nel nostro Paese il «grande assente» nelle politiche territoriali (non si può dire che esista una cultura «codificata» e l’architettura del paesaggio è stata introdotta di recente nelle facoltà universitarie), il dibattito intorno a questo tema si è aperto ed allargato sempre più, fino a rendere in certi casi il paesaggio un vero e proprio «terreno di scontro». Molti hanno detto la loro: storici, economisti, sociologi, e ovviamente architetti, urbanisti, ambientalisti… Scuole diverse, in alcuni casi contrapposte, di pensiero, hanno di volta in volta voluto dare un’accezione più marcata a determinati aspetti rispetto ad altri: la componente estetica, vedutistica che concepisce il paesaggio in maniera statica, un po’ come un bello scenario da guardare, un «quadro da salvaguardare» (con tutte le conseguenze che ne derivano dal punto di vista delle politiche da attuare), contrapposta a quella ecologica, oggettiva, di matrice anglosassone, che pone l’accento sulla relazione tra le diverse componenti e sugli aspetti funzionali.
La Convenzione europea
Un punto fermo però c’è. La Convenzione europea del paesaggio, firmata a Firenze nel 2000, che a livello normativo è dal 2006 legge anche in Italia, e che arriva dopo una discussione sui diversi modi di intendere le politiche sul paesaggio. Per questo importante documento il paesaggio è: «una determinata parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall'azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni». Uno strumento fondamentale, la cui attuazione e impatto sul quadro normativo italiano con un’attenzione particolare al rapporto tra Convenzione e Codice – sono stati approfonditi attraverso l’intervento di esperti di livello europeo e docenti universitari.
«Nella prospettiva della Convenzione, si viene a stabilire un rapporto di equivalenza tra il paesaggio e il territorio», chiarisce il professor Gian Franco Cartei, ordinario di diritto amministrativo dell’Università di Firenze, da cui discende «l’importanza dell’integrazione del paesaggio nelle politiche territoriali di qualsivoglia natura che possano avere un’incidenza sull’ambiente», con tutte le conseguenze che ne derivano per quanto riguarda il ruolo delle autonomie locali.
Le politiche regionali
Nella nostra regione si è venuto a creare un luogo particolarmente sensibile al dibattito sul paesaggio che, presto, ha assunto toni di aperta contrapposizione. Ovviamente perché la Toscana ha, a livello planetario nell’immaginario collettivo, una forte identità che si lega con la sua storia e la sua cultura. Un’identità che però, secondo molti, rischia di scadere in una ‘cartolina’, che può alla fine rappresentare un limite culturale ma anche economico, sociale. Aprirsi alla modernità e all’innovazione rispettando (e preservando) l’eredità culturale tramandata fino ad oggi è la sfida che (attraverso il Pit, il Piano di indirizzo territoriale) lancia la politica soprattutto a livello regionale: «Se vogliamo preservare il nostro grande paesaggio – sostiene l’assessore regionale Riccardo Conti – dobbiamo coniugarlo al futuro, un futuro che abbia al centro la sostenibilità, ma indichi l’attuazione di nuove strategie».
Uno sguardo all’Europa
D’altra parte, ecco che nascono però i timori di molti altri, che vedono in prospettiva, proprio in questa apertura alla modernizzazione, un via libera ad una cementificazione indiscriminata e indistinta.
Un timore che – forse – deriva anche dal fatto che nel nostro Paese, quando si sono realizzate nuove opere raramente il progetto urbanistico-edilizio è stato fatto precedere da uno studio del paesaggio, diversamente da quanto succede in altre realtà europee dove esiste una «la capacità di concepire l’infrastruttura – spiega l’architetto Luciano Piazza – non come imposta e sovrapposta al paesaggio, bensì come parte organica di esso, che partecipa al suo rinnovamento».
E sempre dall’Europa, arrivano anche esperienze di eccellenza da tenere presente come modello e confronto nell’applicazione delle politiche paesaggistiche: è il caso della Catalogna, una delle realtà d’avanguardia nello studio e monitoraggio dell’evoluzione del paesaggio, i cui rappresentanti saranno presenti alla Biennale toscana del paesaggio, in programma alla Fortezza da Basso di Firenze al 12 al 15 novembre nella cornice di Dire&Fare, la rassegna dell’innovazione nella pubblica amministrazione.
La domanda non è semplice e la risposta non può essere scontata. In questi anni, dopo essere stato a lungo nel nostro Paese il «grande assente» nelle politiche territoriali (non si può dire che esista una cultura «codificata» e l’architettura del paesaggio è stata introdotta di recente nelle facoltà universitarie), il dibattito intorno a questo tema si è aperto ed allargato sempre più, fino a rendere in certi casi il paesaggio un vero e proprio «terreno di scontro». Molti hanno detto la loro: storici, economisti, sociologi, e ovviamente architetti, urbanisti, ambientalisti… Scuole diverse, in alcuni casi contrapposte, di pensiero, hanno di volta in volta voluto dare un’accezione più marcata a determinati aspetti rispetto ad altri: la componente estetica, vedutistica che concepisce il paesaggio in maniera statica, un po’ come un bello scenario da guardare, un «quadro da salvaguardare» (con tutte le conseguenze che ne derivano dal punto di vista delle politiche da attuare), contrapposta a quella ecologica, oggettiva, di matrice anglosassone, che pone l’accento sulla relazione tra le diverse componenti e sugli aspetti funzionali.
La Convenzione europea
Un punto fermo però c’è. La Convenzione europea del paesaggio, firmata a Firenze nel 2000, che a livello normativo è dal 2006 legge anche in Italia, e che arriva dopo una discussione sui diversi modi di intendere le politiche sul paesaggio. Per questo importante documento il paesaggio è: «una determinata parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall'azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni». Uno strumento fondamentale, la cui attuazione e impatto sul quadro normativo italiano con un’attenzione particolare al rapporto tra Convenzione e Codice – sono stati approfonditi attraverso l’intervento di esperti di livello europeo e docenti universitari.
«Nella prospettiva della Convenzione, si viene a stabilire un rapporto di equivalenza tra il paesaggio e il territorio», chiarisce il professor Gian Franco Cartei, ordinario di diritto amministrativo dell’Università di Firenze, da cui discende «l’importanza dell’integrazione del paesaggio nelle politiche territoriali di qualsivoglia natura che possano avere un’incidenza sull’ambiente», con tutte le conseguenze che ne derivano per quanto riguarda il ruolo delle autonomie locali.
Le politiche regionali
Nella nostra regione si è venuto a creare un luogo particolarmente sensibile al dibattito sul paesaggio che, presto, ha assunto toni di aperta contrapposizione. Ovviamente perché la Toscana ha, a livello planetario nell’immaginario collettivo, una forte identità che si lega con la sua storia e la sua cultura. Un’identità che però, secondo molti, rischia di scadere in una ‘cartolina’, che può alla fine rappresentare un limite culturale ma anche economico, sociale. Aprirsi alla modernità e all’innovazione rispettando (e preservando) l’eredità culturale tramandata fino ad oggi è la sfida che (attraverso il Pit, il Piano di indirizzo territoriale) lancia la politica soprattutto a livello regionale: «Se vogliamo preservare il nostro grande paesaggio – sostiene l’assessore regionale Riccardo Conti – dobbiamo coniugarlo al futuro, un futuro che abbia al centro la sostenibilità, ma indichi l’attuazione di nuove strategie».
Uno sguardo all’Europa
D’altra parte, ecco che nascono però i timori di molti altri, che vedono in prospettiva, proprio in questa apertura alla modernizzazione, un via libera ad una cementificazione indiscriminata e indistinta.
Un timore che – forse – deriva anche dal fatto che nel nostro Paese, quando si sono realizzate nuove opere raramente il progetto urbanistico-edilizio è stato fatto precedere da uno studio del paesaggio, diversamente da quanto succede in altre realtà europee dove esiste una «la capacità di concepire l’infrastruttura – spiega l’architetto Luciano Piazza – non come imposta e sovrapposta al paesaggio, bensì come parte organica di esso, che partecipa al suo rinnovamento».
E sempre dall’Europa, arrivano anche esperienze di eccellenza da tenere presente come modello e confronto nell’applicazione delle politiche paesaggistiche: è il caso della Catalogna, una delle realtà d’avanguardia nello studio e monitoraggio dell’evoluzione del paesaggio, i cui rappresentanti saranno presenti alla Biennale toscana del paesaggio, in programma alla Fortezza da Basso di Firenze al 12 al 15 novembre nella cornice di Dire&Fare, la rassegna dell’innovazione nella pubblica amministrazione.
















